giovedì, settembre 20, 2007

il senso di appartenenza alla camera penale

Il 27 settembre i soci della Camera Penale di Napoli sono chiamati ad eleggere il nuovo direttivo dell'Associazione. Ha presentato la propria candidatura unicamente il Direttivo presieduto dall'Avv. Michele Cerabona e composto dagli Avvocati Giuseppe Pellegrino, Domenico Ducci, Giuseppe Caruso, Annalisa Senese, Attilio Belloni, Guido Picciotto, Gaetano Balice e Marco Campora.In Tribunale, però, già serpeggiano i primi commenti, le solite lamentele: c'è chi si duole della "lista bulgara"; c'è chi contesta la sostanziale "monocraticità" da cui sarebbe affetto qualsiasi direttivo presieduto da Michele Cerabona; c'è chi riporta alla memoria il "manuale Cencelli"; c'è chi promette di astenersi dal voto a mò di protesta (?).
Ora, questi rilievi, che, guarda caso, sono quelli più ripetuti, vanno analizzati con attenzione.
Chi lamenta l'"imposizione" dell'unica lista ed apertamente parla di "lista bulgara" ignora che, dato per scontata l'insussistenza dell'imposizione (nessuno mai ha sentito Michele Cerabona indurre taluno a ritirare la candidatura o assumere atteggiamenti dispotici), se c'è "colpa" nel non avere la possibilità di votare altra lista, questa "colpa" è certamente da addossare agli assenti, a coloro che non hanno voluto candidarsi, a coloro che non hanno voluto esporsi.
Chi parla della caratteristica della "monocraticità" riscontrabile nel direttivo Cerabona sottovaluta inequivocabilmente la valenza dei singoli componenti del Direttivo che, al solo leggere i nomi, promettono, invece, validi contributi personali (così come, non può nascondersi, validissimi contributi personali hanno fornito alcuni componenti del vecchio Direttivo: Maurizio Sica, Dina Cavalli, Guido Picciotto e Massimo Vetrano).
Quanto al "manuale Cencelli", pur non negandone la configurabilità leggendo la rosa di nomi scelta dal Presidente, non mi pare che questa sia operazione che possa creare scandalo, se pur sempre si parla di "politica" associativa.
Qualche parola in più va invece spesa quando si parla di astenersi dal votare.
Perché, inevitabilmente, una scelta del genere coinvolge il senso di appartenenza all’associazione Camera Penale.
Qualsiasi iscritto all’Associazione scelse liberamente, al momento dell’iscrizione appunto, di partecipare ad un consesso di professionisti che, lungi dall’essere “sindacato” corporativistico, mira il proprio agire, in tema di politica giudiziaria, ad esempio verso la salvaguardia del diritto di difesa come garanzia del cittadino (documenti, interventi istituzionali, astensioni dalle udienze, ecc.), ed, in tema di cultura giuridica, ad esempio verso la divulgazione di conoscenze legislative e giurisprudenziali (organizzazione di convegni, corsi di aggiornamento ed altro).
Far parte della Camera Penale significa fornire il proprio contributo a tutte le attività da questa svolte, condividere o anche criticare le azioni o posizioni assunte in determinati momenti storici.
Far parte della Camera Penale significa, e sembra lapalissiano rimarcarlo, partecipare!
E partecipare è votare. Anche contro, se si vuole. Ma bisogna votare.
Perché l’unico messaggio che uscirà da una bassa affluenza al voto è la delegittimazione del Direttivo e del Presidente candidati. E’ la delegittimazione dell’Associazione Camera Penale!
E la delegittimazione della Camera Penale porta all’indebolimento dell’Avvocatura, già tartassata, se non scientemente dimenticata dalle istituzioni.
Votare significa “ci siamo”. Votare “contro” anche significa “ci siamo”. Non votare è “non essere”. E non essere Camera Penale potrebbe, un domani, portare a non essere Avvocati.
Auguri al nuovo Direttivo ... comunque.