giovedì, maggio 31, 2007

il giudice parla solo con le sentenze 2

Avevo appena stigmatizzato l’intervista di un Giudice sulla propria sentenza e sulla sentenza del Giudice dell’appello e avevo appena chiosato con queste testuali parole : ” Immagino che, di certo, un bravo giornalista abbia chiesto anche al Giudice dell’Appello un’eventuale replica alle sue osservazioni. Ma voglio ancor più immaginare che un sereno Giudice dell’Appello a quel giornalista abbia negato qualsiasi replica: Egli, sì, si limiterà a parlare ... con la sentenza!” , che invece è arrivata puntuale la smentita. Su Il Mattino di oggi 27 maggio 2007 è comparsa l’intervista (corredata, stavolta, da vanitosa foto) al Presidente della Corte di Assise di Appello, Dott. Lupo … anche in questo caso, mai si era assistito alla pubblica e mediatica anticipazione delle motivazioni della sentenza: “Salvatore non voleva uccidere Annalisa, questo è evidente, erano amici d’infanzia. Giuliano fu obiettivo di un agguato. È stata un’esperienza tragica anche per lui, che all’epoca aveva appena vent’anni” … “Eppure noi la responsabilità di Salvatore Giuliano l’abbiamo riaffermata eccome, diciotto anni non sono pochi, mica l’abbiamo assolto. Ha prevalso una convinzione: una pena più severa, quindi iniqua, significava riconsegnare prima o poi l’imputato alla camorra. Sarà pure un Giuliano, ma le regole valgono per tutti e se la condanna venisse rispettata per intero, la nostra sarebbe una condanna esemplare”. E poi l’esplicito riconoscimento di essere caduto nella trappola mediatica e la solita critichetta al Legislatore: “dal momento che se si commentano le sentenze, non vedo perché non si possa sollevare perplessità su una legge: il condono di tre anni a Giuliano non gliel’abbiamo dato noi, l’indulto non è una nostra invenzione. Il legislatore con l’indulto è stato di manica larga. È stato molto semplicisticamente e buonisticamente di manica larga. Il legislatore doveva pensare e magari escludere i reati più gravi, non l’ha fatto e noi non possiamo che applicare le leggi. Le regole valgono per tutti. Se poi intervengono altri sconti e benefici (leggi buona condotta) questo non dipende certo dal giudice”.
A quando l’intervista al Giudice della Cassazione?

il giudice parla solo con le sentenze 1

“Noi giudici ci esprimiamo con le sentenze”, dice il Presidente della Corte di Assise Giustino Gatti; ma, purtroppo e tradendo il suo dire, afferma quanto innanzi in un’intervista a Il Mattino del 18 maggio 2007. E l’intervista, a mia pur breve memoria, segna una incresciosa novità: mai un giudice aveva provveduto a criticare pubblicamente dei colleghi per avere riformato, in appello, la sua sentenza; men che mai ciò è avvenuto prima che venissero depositate le motivazioni o, addirittura, che la sentenza fosse passata in cosa giudicata (l’occasione, nella specie, si è avuta con la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Appello di Napoli con la quale veniva ridotta la pena all’imputato dell’omicidio della povera Annalisa Durante escludendo la circostanza aggravante di cui all’art. 7 L. 203/91).
“Rifarei la stessa sentenza, non cambio idea … aspetto di leggere le motivazioni dei colleghi, ma resto convinto delle mie scelte … sono curioso, lo ripeto, curioso e perplesso nell’attendere le motivazioni”.
Ora, che il nostro bravo Presidente sia curioso è fatto di umana natura e ci fa anche piacere apprenderlo dai giornali. Che poi Egli sia anche “perplesso” della decisione dei Giudici della Corte di Assise di Appello e che di questa “perplessità” Egli debba darne contezza pubblica, lascia, stavolta, noi davvero perplessi. Ancor più quando poi leggiamo, dal Suo verbo, che “in appello non c’è dibattimento, il processo è durato un mese … poi tengo a sottolineare una cosa: il problema dell’aggravante mafiosa ce lo siamo posti mille volte e secondo noi non può essere cancellato. Anche alla luce dell’indulto, che il nostro illuminato Legislatore assicura a chi commette un omicidio del genere”.
Al di là di quest’ultimo inciso che, di per sé, è di una gravità enorme perché un Giudice pubblicamente sta asserendo, peraltro ironizzando sul Legislatore, di aver riconosciuto la sussistenza di una determinata circostanza aggravante anche al fine di vanificare l’applicabilità, nel caso di specie, di un beneficio, quale l’indulto, a favore dell’imputato, resta in piedi il tradimento della premessa: “noi giudici ci esprimiamo con le sentenze”.
Bravo Presidente: perché non si è limitato ad esprimersi con la sua giusta e severa sentenza? Non ritiene di creare, quantomeno, disagio con la sua intervista? O forse ne è fin troppo consapevole? Immagino che, di certo, un bravo giornalista abbia chiesto anche al Giudice dell’Appello un’eventuale replica alle sue osservazioni. Ma voglio ancor più immaginare che un sereno Giudice dell’Appello a quel giornalista abbia negato qualsiasi replica: Egli, sì, si limiterà a parlare ... con la sentenza! Quand’anche il Ministro della Giustizia Mastella, su Il Mattino del 19 maggio 2007, ha dignitosamente chiosato: “non posso che rispettare l’autonomia e l’indipendenza dell’esercizio della giurisdizione” … mediti Presidente, mediti.

avvocati a scuola dai magistrati

Il Corriere della Sera di martedì 17 aprile 2007, in un articolo di Luigi Ferrarella, narra di un’iniziativa intrapresa dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano e da alcuni locali Uffici Giudiziari, “Convenzione per la formazione e l’orientamento dei praticanti avvocati”, sottoposta all’attenzione del Ministero della Giustizia e del CSM. In sostanza, si apprende dal Corriere della Sera, “il mestiere di avvocato ... lo si imparerà (anche) andando a scuola per un anno dai magistrati. Il secondo anno, per esattezza, dei due di pratica forense che ciascun aspirante avvocato oggi deve fare in uno studio legale ... Il rapporto tra tutore e tirocinante sarà personalizzato: ogni praticante avvocato sarà affidato a un solo magistrato”. Aggiunge sempre il Corriere della Sera che “nessuno si nasconde che la novità sia così particolare da poter persino risultare choccante ... e infatti i promotori del progetto hanno cercato di adottare tutte le precauzioni ... la sperimentazione, ad esempio, non partirà nel settore penale” (!?sic!?).
Ora, al di là di quest’ultimo inciso (esclusione del settore penale dalla sperimentazione) che, francamente, non si comprende, se poi pur è esplicitamente prevista l’impossibilità del praticante di partecipare a “camera di consiglio”, il divieto, per il futuro, di patrocinare nel medesimo procedimento e l’obbligo di rispettare il segreto professionale, non si nasconde che il progetto vive di nobili ideali. Certo, serie perplessità sorgono già (e per tacer d’altro) circa l’”affidamento” del singolo praticante al singolo magistrato: si immaginino realtà forensi quali quelle di Napoli, Roma ed altri distretti in cui i praticanti avvocati sono, numericamente, circa cinquanta (esagerato?) volte superiori al numero di magistrati in servizio ...
Ma la riflessione che immediatamente si è portati a fare è tutt’altra. Perchè non proporre una “Convenzione per la formazione e l’orientamento degli uditori giudiziari” mediante la quale, con tutte le attenzioni, garanzie e future incompatibilità che si vuole, si offra la possibilità ai giovani magistrati di spendere un periodo del loro uditorato presso uno Studio Legale svolgendo il ruolo del praticante avvocato? Pur dando per scontato che qualche uditore giudiziario, prima di vincere il concorso, ha svolto la pratica forense, probabilmente una volgare rinfrescatina del ruolo e della funzione del difensore non potrà certo fargli del male, anzi ...

la ricetta del procuratore generale

Anche il Procuratore Generale di Napoli (dopo il Prefetto) ha espresso la Sua opinione sul ruolo e le responsabilità della borghesia in merito alla grave situazione in cui versa la città di Napoli. Si riporta un significativo stralcio del Suo intervento sul Corriere del Mezzogiorno di mercoledì 11 aprile 2007: "...insieme è necessario che si riscopra e si riviva il gruppo di doti, che un tempo hanno fatto corpo nel concetto di dignità, del quale oggi nessuno parla. Noi uomini dignitosi ne abbiamo incontrati nella nostra annosa professione: uomini di umile condizione, poveri, a volte delinquenti e, tuttavia, capaci di vivere secondo i loro principi morali, di fare sacrifici per ciò che ritenevano giusto...".
Ma l'atavico problema di Napoli non era proprio quello di giustificare i delinquenti sempre e con la solita solfa che tuttavia sono pur sempre uomini capaci di vivere secondo i loro principi morali e di fare sacrifici per ciò che ritengono giusto ? Non è questo lo stereotipo dell' uomo d'onore , del guappo di quartiere , "cattivo maestro" di quello che poi nella storia sarebbe diventato il camorrista ? Che di questi uomini a volte delinquenti il Procuratore Generale, quale uomo dignitoso, ne abbia incontrati nella Sua annosa professione nessuno ne ha dubbio: è ed è stato il suo ruolo istituzionale quello di incontrarli per perseguirli o giudicarli. Ma che da questi uomini a volte delinquenti se ne possa trarre esempio per riscoprire e rivivere il gruppo di doti che un tempo hanno fatto corpo nel concetto di dignità ... resta qualche seria perplessità.

rivolta o eversione?

Come se non bastasse ... apprendiamo (cfr. Il Denaro / Spia al Diritto di mercoledì 28/3/2007) che, in merito alla funzionalità del Palazzo di Giustizia al Centro Direzionale di Napoli, <>: sarà certamente una bufala! Non si può credere che, con tutti i problemi da risolvere, la preoccupazione del nostro Presidente sia ... noo, Presidente, non si può credere, è una bufala, ce lo dica ...

Come se non bastasse ... apprendiamo (da voci di popolo) che sarebbe in procinto o, comunque, in progetto, un trasferimento del Giudice di Pace penale (tutta la struttura et relative udienze) dal Palazzo di Giustizia al vecchio Castelcapuano. Voce di popolo voce di Dio, si dice. Noo, è una bufala pure questa ... Vuoi vedere che, mentre i civilisti lottano per non essere “deportati” al Palazzo di Giustizia del Centro Direzionale, noi dobbiamo iniziare una lotta per non far decentrare le nostre strutture? Voui vedere che, alla fine, siamo noi penalisti a dover ritornare a Castelcapuano? Noo, è una bufala ... o no?

Come se non bastasse ... apprendiamo (sempre da voci di popolo) che, a seguito di diverbio fra avvocati e polizia municipale sul caos parcheggi, la polizia municipale (o chi per essa) ha inibito dal 28 marzo u.s. qualsiasi possibilità di parcheggiare moto et similia nelle vicinanze del Palazzo di Giustizia. Cos’è? Una ritorsione? Avevamo già i cancellieri che ci rendevano la vita difficile con gli orari ed i giorni per ritiro copie o deposito istanze et similia ... Avevamo già i Pubblici Ministeri con i giorni e gli orari di ricevimento ... Avvertivamo il sentore che pure la giurisdizione iniziava a nutrire un certo fastidio per l’avvocatura ... Avevamo appena sofferto i duri colpi di Bersani e del disegno Mastella ... ed ora pure la polizia municipale a non volerci far avvicinare al Palazzo di Giustizia. Proprio non ci volete fra le ... ruote!
Rivolta o eversione?

la colpa è sempre dell'avvocato

... un noto ed importante uomo politico con responsabilità istituzionali di altissimo prestigio e potere, pressato dal Pubblico Ministero che lo accusa di abuso di ufficio, frode in pubbliche forniture e truffa, ritiene di scagionarsi candidamente sostenendo che ... sì ... effettivamente lui ha firmato, nelle qualità, tutte le ordinanze in materia di omissis ... ma le ha firmate senza leggerle, senza affrontarne il merito ... “non ne ho mai considerato il merito ma mi sono limitato a sottoscriverle” ... “erano atti predisposti dalla struttura ... previamente esaminati dall’Avvocato Tizio” ... “i miei vice ... dovevano ottenere il parere giuridico dell’Avvocato Tizio prima di sottopormi un’ordinanza da firmare” ... “davo semplicemente per scontato che il provvedimento disponesse un’attività legittima pur non avendo esaminato i documenti” ... “io ribadisco di non aver letto il contratto da me firmato”!!!
Ora, bisogna riflettere:
o chi, sottoposto ad interrogatorio, riferisce, da indagato quale è, dati di fatto veri, ed allora, da politico scafato con responsabilità istituzionali quale è, se ne assume anche le responsabilità politiche (immediate dimissioni!);
oppure, biecamente e con fanciullesco “scaricabarile”, sta calunniando il suo consulente legale Avvocato Tizio (calunnia = consapevolezza di sapere innocente chi viene accusato).
Certo, non sappiamo quali delle due ipotesi sia la più grave.
Quella del politico superficiale o quella del politico furbetto (per voler essere e restare buoni).
Resta l’amarezza che poi, in fin fine, la colpa è sempre ... dell’avvocato!

processo al nemico

Sul forum del sito della U.C.P.I. si discuteva di “pena di morte” e “giusto processo” ed anche della possibilità di celebrare il cosiddetto “processo al nemico”. Mi è parsa opportuna questa breve riflessione:
<>, risponderei con un'ulteriore domanda: in una società in cui si devono annoverare (prima o dopo una data svolta storica) vincitori e vinti è mai possibile parlare non solo di "giusto processo" ma in assoluto di "processo"? La vittoria (o la stessa classificazione "vincitori e vinti") presuppone una "guerra", quantomeno una fase patologica di una democrazia; e può esservi un processo, un "giusto processo" senza democrazia? Non è processo nè quello che celebrarono gli attuali vinti nei confronti dei vincitori nè quello che celebrano oggi i vincitori nei confronti dei vinti. Non è stato certamente "processo" (e men che mai, appunto, "giusto processo") la farsa di Norimberga così come non lo sono state le altre farse di cui è piena la storia. Quelle farse che vengono definite processi sono utili solo a tentare di dare legittimità a punizioni che la guerra, sia essa giusta o sbagliata (se mai si può definire tale una guerra) impone. Non è meno ipocrita chi giustifica determinate atrocità con i luoghi comuni secondo cui in guerra tutto è ammesso? Non potrà mai esistere un "processo" quando protagonisti e parti si chiamano vinti e vincitori.>>

indulto&inutilità dei processi

Già il CSM aveva lanciato l’allarme secondo cui, a seguito dell’indulto, nove sentenze su dieci saranno vane; ma al CSM è consentito fare politica e forzare per un’amnistia lasciando passare la teoria dell’inutilità dei processi e dando per scontato (nel dire appunto che nove sentenze su dieci saranno vane) che i processi servano soltanto ad emettere sentenze di condanna. Quel che lascia perplessi è il pronto intervento, sulla questione, dei nostri (napoletani) rappresentanti istituzional-giudiziari allorquando hanno rilasciato interviste ai quotidiani l’8 novembre 2006: Procuratore Generale e Presidente del Tribunale.
Bhè, forse dal Procuratore Generale, non foss’altro che nella sua veste di rappresentante di una delle parti processuali, l’accenno, nemmeno troppo velato, anzi, all’inutilità della celebrazione dei processi per i quali l’incidenza dell’indulto sarebbe forte, non meraviglia.
Ma se uno dei massimi rappresentanti istituzionali della Giurisdizione, il Presidente del Tribunale, evidenzia che “... saremo (i magistrati) costretti a lavorare a vuoto...” (Il Mattino), “...costretti a lavorare per processi inutili... l’amnistia è di fatto l’unico provvedimento che almeno consente di chiudere i processi inutili e dedicarsi con maggiore intensità a quelli da trattare...” (Il Corriere del Mezzogiorno), il messaggio all’opinione pubblica, peraltro proveniente da fonte qualificatissima, che ne esce è palese: I PROCESSI SONO, appunto, INUTILI.
Ora, le perplessità sono dovute proprio alle ragioni sottese al ritenere inutile il processo. Innanzitutto i latori di tale teoria, si ritiene, individuano il processo necessariamente come un mezzo per addivenire a condanna dell’imputato: dimenticano, forse, che il processo, anche se “indultabile”, sarebbe utile, ad esempio, ad accertare, invece, proprio l’innocenza dell’imputato! Di poi, essi pare intendano il processo solo nella sua accezione di viatico per l’esecuzione della pena detentiva, dimenticando, forse, che, al di là dell’accertamento della verità, esso processo, se pure “indultabile”, potrebbe, ad esempio, riconoscere anche diritti a favore delle parti lese che pur, poverine, una certa aspettativa (non fosse altro di natura economica) nutrono nei confronti della attesa sentenza! Ancora, ed il pensiero vola ad i processi relativi a reati inerenti violazioni edilizie o urbanistiche, dimenticano, forse, che il processo è utile anche per la sua ricaduta sull’assetto del territorio, ecc..
Insomma, diciamocelo francamente: ci avvilisce che la Giurisdizione possa definire pubblicamente inutile il processo; ci avvilisce che la Giurisdizione possa ritenere rilevante solo l’esecuzione della pena e non l’accertamento della verità processuale o dell’innocenza dell’imputato; ci avvilisce che la Giurisdizione non ritenga il processo utile alla tutela delle parti lese; ci avvilisce che i Giudici possano essere assaliti da un senso di inutilità del proprio lavoro solo perchè la loro sentenza di condanna, in nove processi su dieci, non troverà esecuzione. Far passare la teoria che un processo, solo perchè “indultabile” è inutile diviene operazione pericolosissima: si rischia di ingenerare nella convinzione di tutti l’inutilità dei processi in cui il giudice potrà concedere la sospensione condizionale della pena o l’inutilità dei processi a “rischio prescrizione”, per voler essere provocatori ...
Ci avvilisce dover partecipare a processi inutili. Ci avvilisce dover partecipare a farse. O, forse, se l’opinione pubblica ha ben capito il messaggio, ci avvilisce non essere più parti processuali anche perchè non più chiamati dal cliente: certo ... se il processo è inutile ...

dell'astensione dalle udienze

L’ultima astensione dalle udienze proclamata sollecita nuovamente uno spunto di riflessione sull’utilità e sulla capacità di questa forma di lotta (così come, al momento, limitata nelle sue modalità attuative: autoregolamentazione, legge sugli scioperi dei professionisti, ecc.) a dare voce alle varie rivendicazioni e proteste della nostra categoria. Riescono ad essere recepite le grida di dolore dell’avvocatura dal mondo politico e dalla società civile?.
Bhè, diciamocela tutta.

La “società civile”, finchè non riuscirà a comprendere che la nostra è “lotta di libertà” per il cittadino, non darà mai seguito alle nostre rivendicazioni: continueremo a non godere del consenso popolare, non illudiamoci!
Il “mondo politico” nulla ha da temere da una categoria che, nelle sue forme di protesta, continua comunque a “partecipare” alla vita giudiziaria laddove ve ne è la necessità (ad esempio, nei processi con imputati detenuti o garantendo la presenza del difensore di ufficio in tutte le evenienze processuali urgenti note); nulla ha da temere soprattutto quando le conseguenze delle astensioni sono state ormai blindate da provvedimenti legislativi o giurisprudenziali che ne annullano gli effetti (sospensione dei termini di prescrizione, di custodia cautelare, ecc.).
L’astensione dalle udienze, che, per inciso, non è “sciopero”, non produce più alcun effetto.
La sensazione è che si debba passare ad altre forme di protesta, l’individuazione delle quali non è semplice. E ciò è dovuto alla vera e sostanziale mancanza di unità, alla mancanza di rappresentatività istituzionale, elementi questi che, insieme, inducono il singolo professionista a non avere il “coraggio” dell’azione-reazione, sia pur essa plateale. E’ possibile oggi iniziare a parlare di ”astensione dalla professione” in alternativa alla “astensione dalle udienze”? E’ possibile proporre un “blocco totale delle attività difensive”, anche e proprio laddove esse siano necessarie ed indispensabili? E’ pensabile riuscire a convincere i colleghi che una efficace forma di protesta debba necessariamente fare i conti anche con il sacrificio della professione, allorquando si rende doverosa pure la rinuncia all’esercizio di tutte quelle attività professionali che esulino dalla partecipazione alle udienze (si pensi, ad esempio, alla redazione e deposito di denunce-querele, memorie, istanze, visite in carcere, interrogatori, e chi più ne ha, più ne metta)? E’ possibile cancellarsi TUTTI dalle liste dei difensori di ufficio e rischiare, ove “precettati”, la denuncia per interruzione di pubblico servizio perchè comunque ci si è rifiutati di patrocinare?
Se il sistema non funziona va rotto!
Se insistiamo (giustamente), ad esempio, a volere una separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri perchè, volendo semplificare, attualmente il pubblico ministero, finquando è “collega” del giudice, nella sostanza non è “parte” del processo, dobbiamo avere il coraggio di non essere nemmeno noi “parte” (unica, sic!) del processo: a quel processo non dobbiamo partecipare, sia esso a carico di detenuti o meno. Perchè se riteniamo che il processo, pur per questo motivo, sia una farsa, allora dobbiamo trarne la conseguenza che di questa farsa anche noi (soprattutto per interessi di bottega!) ne siamo gli attori principali. A danno dell’ultimo anello della catena: l’imputato o la parte lesa, il cittadino sventurato che, comunque, finisce nel sistema giustizia.
Se, ad esempio, ci lamentiamo che oggi il processo di appello sia diventato un mero accordo sulla pena, non altro che un mercato degli anni o mesi di reclusione, o si affronta una battaglia volta all’eliminazione del secondo grado di giudizio di merito perchè ritenuto ormai inutile (o meglio, utile solo ai soliti interessi di bottega), oppure non si partecipa più a questa ennesima farsa.
Se, ancora, ad esempio, ci lamentiamo che ogni qualvolta che si va a bussare alla porta di un pubblico ministero si riceve la risposta che egli non può ricevere “perchè sta lavorando” (e noi che stiamo facendo?) o che “riceve dalle 12 alle 12:30” e sono appena le 11:59, o continuiamo ad attendere supini o la smettiamo di essere suoi interlocutori: ma in tutti i sensi! Hanno o no bisogno dell’avvocato per processare chicchessia? Per loro il sistema funziona se formalmente è perfetto (giudice, pubblico ministero e avvocato): ma se l’avvocato gli viene a mancare, come lo esercitano il potere?
Oggi siamo continuamente schiaffeggiati.
Arriviamo la mattina al Palazzo di Giustizia e, guardando spazi vuoti negli appositi parcheggi, siamo costretti a parcare auto o moto sulla pubblica via o sui marciapiedi in attesa della multa per divieto di sosta: primo schiaffo!
Ci accingiamo a salire nelle torri delle cancellerie con le ascensori e di alcune di esse ci è inibito l’utilizzo perchè dedicate al solo “trasferimento procura”: secondo schiaffo!
Ci avviciniamo alle segreterie della sezione urbanistica della procura della repubblica e troviamo i cartelli che ci impongono, nemmeno ci invitano, di rivolgere la parola al personale solo dalle ore 12:30 in poi: terzo schiaffo!
Abbiamo bisogno di ritirare le copie di un fascicolo, ma queste necessariamente possono essere ritirate solo il martedi e il giovedì dalle ore tot alle ore tot: quarto schiaffo!
Dobbiamo parlare con il sostituto procuratore tizio proprio oggi perchè il suo segretario ci ha detto che è il suo giorno di ricevimento, ma purtroppo, guarda caso, proprio oggi “non può essere disturbato perche sta studiando l’udienza di domani” (e ci viene l’angoscia perchè pure noi dobbiamo studiare l’udienza di domani ma stiamo perdendo tempo in tribunale): quinto schiaffo!
Proviamo ad entrare in camera di consiglio per sapere, almeno, verso che ora potrà essere chiamato il nostro processo, ma ci invitano ad attendere perchè stanno sorseggiando il caffè offerto dal pubblico ministero:sesto schiaffo!
Leggiamo negli atti processuali trascrizioni di intercettazioni di telefonate intercorse con i nostri clienti, irrilevanti sotto il profilo processuale ma comunque non espunte: settimo schiaffo!
Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria dice che le eccezioni difensive sollevate nel corso del processo dai difensori degli imputati sono il sintomo “che il processo non si doveva fare” (episodio accaduto realmente): ottavo schiaffo!
Quanti altri schiaffi possono aggiungersi ... Ma è forse arrivato il momento di levarceli dalla faccia?

magistratura democratica

Sul sito di Magistratura Democratica il 16 ottobre scorso viene pubblicato un intervento del suo Segretario Generale Ignazio Juan Patrone dal titolo “16 ottobre duemilacinque, più uno”. L’invito è quello di leggerlo (e per questo motivo vi viene proposto integralmente più sotto). La perplessità risiede nella soluzione ai problemi individuata e nei toni adoperati soprattutto nel passaggio che segue: ”...Il contrasto alla criminalità, in Calabria come in Sicilia, in Puglia come in Campania, non ha bisogno di "emergenze" e di promesse ma di fatti concreti, di una programmazione pluriennale e di un clima politico e culturale favorevole, tutte cose che oggi non sembrano esattamente in cima ai pensieri dei reggitori della cosa pubblica ...Una domanda si impone: abbiamo fatto abbastanza ?...” Qual’è il “clima politico e culturale favorevole” che si auspica, se nemmeno maggioranza e governo nazionale attuale soddisfano MD? I magistrati al potere?
Leggete:

“Il 16 ottobre del 2005 il dottor Fortugno veniva ucciso a Locri. Quell'omicidio sembrò scuotere la Calabria e il Paese: tutti i principali quotidiani pubblicarono ampi servizi sulla Regione, sulla sua economia assistita, su quel sistema sanitario dove la vittima prestava la sua opera. I ragazzi di Locri, testimoni di un'arretratezza che avvilisce tutti e tutti punisce, divennero gli ospiti d'onore di manifestazioni di partito e di trasmissioni televisive. Quello striscione bianco e quel grido "ora ammazzateci tutti" sembrarono per un momento sfondare il muro del silenzio e della rassegnazione. Alcuni colleghi avvisarono: attenti alla politica dei riflettori accesi, la Calabria è avvolta dal silenzio, l'Italia sembra fermarsi a Roma e la criminalità di qui non fa audience: c'è e si sa. E' una storia che si riproduce, tanto è vero che oggi quell'anniversario fa notizia nelle pagine interne o in coda ai tg, ma solo perché il Presidente del Consiglio depone un mazzo di fiori -pare fornito da una ditta sospetta! - e il Presidente della Repubblica chiede informazioni, tramite Prefetto, sulle indagini. Avevano ragione, non siamo nel 2006, siamo ancora nel duemilacinque, più uno. E la giustizia ? Gli uffici calabresi soffrono più di altri di una crisi che sembra inarrestabile. Ci attendevamo politiche ben diverse, ma tutto sembra fermo, bloccato da interessi politici, romani e locali, che convergono nel paralizzare ogni iniziativa, ogni progetto. Il contrasto alla criminalità, in Calabria come in Sicilia, in Puglia come in Campania, non ha bisogno di "emergenze" e di promesse ma di fatti concreti, di una programmazione pluriennale e di un clima politico e culturale favorevole, tutte cose che oggi non sembrano esattamente in cima ai pensieri dei reggitori della cosa pubblica. Il CSM da parte sua si limitò (nonostante le forti richieste di Md e del Movimento) a una visita a Reggio (ma non a Catanzaro) della Settima Commissione, esaminò qualche situazione, ma al momento della decisione si spaccò secondo le "solite maggioranze" e non ci fu modo, nonostante i nostri sforzi, di invertire il tran-tran. Una domanda si impone: abbiamo fatto abbastanza ? No, di fronte ad un dramma nazionale come quello calabrese (e quello siciliano, napoletano o pugliese) non si fa mai abbastanza. Intere aree del Paese sono sotto il controllo della criminalità e la magistratura e il suo autogoverno non possono limitarsi a invocare (come è sacrosanto ) le inadempienze altrui, del Governo o del Parlamento, ma devono anche guardarsi dentro. Confidiamo che il nuovo Consiglio non riproduca le logiche della maggioranza del precedente e che sia possibile in tempi rapidi assumere iniziative concrete, per la Calabria e per tutti i distretti dove la lotta alla criminalità assume aspetti drammatici. Oggi, nell'anno "più-uno", sono ancora attuali le parole di un documento della nostra Sezione di Reggio: è necessario coinvolgere tutti in processi di innovazione dei modelli organizzativi e di sviluppo di strategie operative nuove ed efficienti, perché solo di modelli condivisi e partecipati possono dare risposte adeguate e durature alla criminalità organizzata e alla cultura che questa esprime; è necessario pensare a strategie di lungo periodo -e non solo per il penale- a un progetto complessivo che vinca l'atteggiamento pigro e svogliato nella gestione di molti uffici e la tentazione di delegare solo ad alcuni le responsabilità strategiche ed operative, rilanciando il ruolo e le capacità propositive di tanti colleghi che, con semplicità e senza clamori, esercitano la giurisdizione a vantaggio della comunità, fronteggiando - senza farsi intimidire e senza rinunciare alla normalità - una presenza criminale senza pari. A quei colleghi, sottoposti a pressioni di ogni tipo e costretti a lavorare in condizioni che è difficile immaginare stando in altre sedi, va tutta la nostra stima. E' certamente poco, ma almeno sappiano che è sincera, come l'impegno non emergenziale contro la criminalità e per la legalità che vogliamo mantenere alto.” di Ignazio Juan Patrone