Il Corriere della Sera di martedì 17 aprile 2007, in un articolo di Luigi Ferrarella, narra di un’iniziativa intrapresa dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano e da alcuni locali Uffici Giudiziari, “Convenzione per la formazione e l’orientamento dei praticanti avvocati”, sottoposta all’attenzione del Ministero della Giustizia e del CSM. In sostanza, si apprende dal Corriere della Sera, “il mestiere di avvocato ... lo si imparerà (anche) andando a scuola per un anno dai magistrati. Il secondo anno, per esattezza, dei due di pratica forense che ciascun aspirante avvocato oggi deve fare in uno studio legale ... Il rapporto tra tutore e tirocinante sarà personalizzato: ogni praticante avvocato sarà affidato a un solo magistrato”. Aggiunge sempre il Corriere della Sera che “nessuno si nasconde che la novità sia così particolare da poter persino risultare choccante ... e infatti i promotori del progetto hanno cercato di adottare tutte le precauzioni ... la sperimentazione, ad esempio, non partirà nel settore penale” (!?sic!?).
Ora, al di là di quest’ultimo inciso (esclusione del settore penale dalla sperimentazione) che, francamente, non si comprende, se poi pur è esplicitamente prevista l’impossibilità del praticante di partecipare a “camera di consiglio”, il divieto, per il futuro, di patrocinare nel medesimo procedimento e l’obbligo di rispettare il segreto professionale, non si nasconde che il progetto vive di nobili ideali. Certo, serie perplessità sorgono già (e per tacer d’altro) circa l’”affidamento” del singolo praticante al singolo magistrato: si immaginino realtà forensi quali quelle di Napoli, Roma ed altri distretti in cui i praticanti avvocati sono, numericamente, circa cinquanta (esagerato?) volte superiori al numero di magistrati in servizio ...
Ma la riflessione che immediatamente si è portati a fare è tutt’altra. Perchè non proporre una “Convenzione per la formazione e l’orientamento degli uditori giudiziari” mediante la quale, con tutte le attenzioni, garanzie e future incompatibilità che si vuole, si offra la possibilità ai giovani magistrati di spendere un periodo del loro uditorato presso uno Studio Legale svolgendo il ruolo del praticante avvocato? Pur dando per scontato che qualche uditore giudiziario, prima di vincere il concorso, ha svolto la pratica forense, probabilmente una volgare rinfrescatina del ruolo e della funzione del difensore non potrà certo fargli del male, anzi ...
Ora, al di là di quest’ultimo inciso (esclusione del settore penale dalla sperimentazione) che, francamente, non si comprende, se poi pur è esplicitamente prevista l’impossibilità del praticante di partecipare a “camera di consiglio”, il divieto, per il futuro, di patrocinare nel medesimo procedimento e l’obbligo di rispettare il segreto professionale, non si nasconde che il progetto vive di nobili ideali. Certo, serie perplessità sorgono già (e per tacer d’altro) circa l’”affidamento” del singolo praticante al singolo magistrato: si immaginino realtà forensi quali quelle di Napoli, Roma ed altri distretti in cui i praticanti avvocati sono, numericamente, circa cinquanta (esagerato?) volte superiori al numero di magistrati in servizio ...
Ma la riflessione che immediatamente si è portati a fare è tutt’altra. Perchè non proporre una “Convenzione per la formazione e l’orientamento degli uditori giudiziari” mediante la quale, con tutte le attenzioni, garanzie e future incompatibilità che si vuole, si offra la possibilità ai giovani magistrati di spendere un periodo del loro uditorato presso uno Studio Legale svolgendo il ruolo del praticante avvocato? Pur dando per scontato che qualche uditore giudiziario, prima di vincere il concorso, ha svolto la pratica forense, probabilmente una volgare rinfrescatina del ruolo e della funzione del difensore non potrà certo fargli del male, anzi ...
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