“Noi giudici ci esprimiamo con le sentenze”, dice il Presidente della Corte di Assise Giustino Gatti; ma, purtroppo e tradendo il suo dire, afferma quanto innanzi in un’intervista a Il Mattino del 18 maggio 2007. E l’intervista, a mia pur breve memoria, segna una incresciosa novità: mai un giudice aveva provveduto a criticare pubblicamente dei colleghi per avere riformato, in appello, la sua sentenza; men che mai ciò è avvenuto prima che venissero depositate le motivazioni o, addirittura, che la sentenza fosse passata in cosa giudicata (l’occasione, nella specie, si è avuta con la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Appello di Napoli con la quale veniva ridotta la pena all’imputato dell’omicidio della povera Annalisa Durante escludendo la circostanza aggravante di cui all’art. 7 L. 203/91).
“Rifarei la stessa sentenza, non cambio idea … aspetto di leggere le motivazioni dei colleghi, ma resto convinto delle mie scelte … sono curioso, lo ripeto, curioso e perplesso nell’attendere le motivazioni”.
Ora, che il nostro bravo Presidente sia curioso è fatto di umana natura e ci fa anche piacere apprenderlo dai giornali. Che poi Egli sia anche “perplesso” della decisione dei Giudici della Corte di Assise di Appello e che di questa “perplessità” Egli debba darne contezza pubblica, lascia, stavolta, noi davvero perplessi. Ancor più quando poi leggiamo, dal Suo verbo, che “in appello non c’è dibattimento, il processo è durato un mese … poi tengo a sottolineare una cosa: il problema dell’aggravante mafiosa ce lo siamo posti mille volte e secondo noi non può essere cancellato. Anche alla luce dell’indulto, che il nostro illuminato Legislatore assicura a chi commette un omicidio del genere”.
Al di là di quest’ultimo inciso che, di per sé, è di una gravità enorme perché un Giudice pubblicamente sta asserendo, peraltro ironizzando sul Legislatore, di aver riconosciuto la sussistenza di una determinata circostanza aggravante anche al fine di vanificare l’applicabilità, nel caso di specie, di un beneficio, quale l’indulto, a favore dell’imputato, resta in piedi il tradimento della premessa: “noi giudici ci esprimiamo con le sentenze”.
Bravo Presidente: perché non si è limitato ad esprimersi con la sua giusta e severa sentenza? Non ritiene di creare, quantomeno, disagio con la sua intervista? O forse ne è fin troppo consapevole? Immagino che, di certo, un bravo giornalista abbia chiesto anche al Giudice dell’Appello un’eventuale replica alle sue osservazioni. Ma voglio ancor più immaginare che un sereno Giudice dell’Appello a quel giornalista abbia negato qualsiasi replica: Egli, sì, si limiterà a parlare ... con la sentenza! Quand’anche il Ministro della Giustizia Mastella, su Il Mattino del 19 maggio 2007, ha dignitosamente chiosato: “non posso che rispettare l’autonomia e l’indipendenza dell’esercizio della giurisdizione” … mediti Presidente, mediti.
“Rifarei la stessa sentenza, non cambio idea … aspetto di leggere le motivazioni dei colleghi, ma resto convinto delle mie scelte … sono curioso, lo ripeto, curioso e perplesso nell’attendere le motivazioni”.
Ora, che il nostro bravo Presidente sia curioso è fatto di umana natura e ci fa anche piacere apprenderlo dai giornali. Che poi Egli sia anche “perplesso” della decisione dei Giudici della Corte di Assise di Appello e che di questa “perplessità” Egli debba darne contezza pubblica, lascia, stavolta, noi davvero perplessi. Ancor più quando poi leggiamo, dal Suo verbo, che “in appello non c’è dibattimento, il processo è durato un mese … poi tengo a sottolineare una cosa: il problema dell’aggravante mafiosa ce lo siamo posti mille volte e secondo noi non può essere cancellato. Anche alla luce dell’indulto, che il nostro illuminato Legislatore assicura a chi commette un omicidio del genere”.
Al di là di quest’ultimo inciso che, di per sé, è di una gravità enorme perché un Giudice pubblicamente sta asserendo, peraltro ironizzando sul Legislatore, di aver riconosciuto la sussistenza di una determinata circostanza aggravante anche al fine di vanificare l’applicabilità, nel caso di specie, di un beneficio, quale l’indulto, a favore dell’imputato, resta in piedi il tradimento della premessa: “noi giudici ci esprimiamo con le sentenze”.
Bravo Presidente: perché non si è limitato ad esprimersi con la sua giusta e severa sentenza? Non ritiene di creare, quantomeno, disagio con la sua intervista? O forse ne è fin troppo consapevole? Immagino che, di certo, un bravo giornalista abbia chiesto anche al Giudice dell’Appello un’eventuale replica alle sue osservazioni. Ma voglio ancor più immaginare che un sereno Giudice dell’Appello a quel giornalista abbia negato qualsiasi replica: Egli, sì, si limiterà a parlare ... con la sentenza! Quand’anche il Ministro della Giustizia Mastella, su Il Mattino del 19 maggio 2007, ha dignitosamente chiosato: “non posso che rispettare l’autonomia e l’indipendenza dell’esercizio della giurisdizione” … mediti Presidente, mediti.
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