Nessun commento sulla vicenda cautelare (applicazione della misura degli arresti domiciliari) che ha coinvolto la moglie del Ministro della Giustizia Clemente Mastella, Sandra Lonardo, così come si conviene a chi non ha conoscenza alcuna degli atti processuali. Una riflessione, però, appare opportuna e necessaria. Notizie degli organi di stampa danno per certo che la Presidente del Consiglio Regionale della Campania ha appreso della sua sottoposizione alla misura cautelare degli arresti domiciliari dalla televisione! E tanto, pare sia stato anche confermato dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Dott. Mariano Maffei, il quale avrebbe testualmente riferito ai giornalisti che "Nessun provvedimento è stato notificato alla Mastella. Che esista o no, non posso dirlo, neppure per telefono. La signora Mastella ha giustamente risposto bene, non ha ricevuto nessuna notifica" ... Questa è e continua ad essere, al di là di qualsiasi ulteriore commento sulla vicenda, la vera vergogna di questo Paese: che si convochino, prima che l'interessato ne abbia notizia, i giornalisti per fare lo scoop, probabilmente anche utile a far sì che un Ministro chiamato, guarda caso, ad intervenire innanzi al Parlamento proprio quella mattina, invece di affrontare le tematiche politiche di sua competenza, fosse praticamente costretto a dimettersi! Questo si chiama scontro fra poteri! E, del resto, il comunicato, immediato, tempestivissimo dell'Associazione Nazionale Magistrati non lascia dubbi di sorta: "respingiamo la condanna unanime del Parlamento alla magistratura"
giovedì, gennaio 17, 2008
emergenza rifiuti? colpa del processo!
Abbiamo trovato il nuovo “esperto ammazza processo”, il nuovo Solone depositario della verità! L’emergenza rifiuti in Campania? Colpa de … i lunghi tempi del processo! Come la volti e come la giri, alla fine quelle che vanno abbattute sono le garanzie processuali! Eccovi un estratto dell’intervista, uscita su Il Mattino del 13 gennaio 2008, al costituzionalista, esperto di turno, Prof. Lorenzo Chieffi: “«Credo che nessuno possa sostenere che la Procura di Napoli non abbia lavorato. Basta ricordare le tante inchieste che hanno avuto per sfondo la questione dei rifiuti, e che spesso hanno investito anche la Direzione Distrettuale Antimafia, soprattutto per il Casertano. Il problema, semmai, è quello legato ai ritardi, che sono poi i ritardi della giustizia nel suo complesso». E a che cosa sono dovuti questi presunti ritardi? «C’è un aspetto che spesso non si considera, e che invece a me appare molto importante; un aspetto che quando si parla di emergenza rifiuti potrebbe anche risultare determinante. Mi riferisco al fatto che, spesso, l’aspetto attuativo delle leggi richiede tempi non sempre agevoli. Prendiamo per esempio la storia del termovalorizzatore: ecco, forse mai come in quel caso la macchina della giustizia forse avrebbe potuto muoversi più celermente. Le condizioni restano però oggettivamente non facili». A che cosa si riferisce? «Conosciamo tutti quali sono i veri problemi che rallentano il passo della giustizia: i tempi del processo risultano ancora molto dilatati; se a questo aggiungiamo che la materia trattata dal legislatore diventa sempre più specialistica, costringendo soprattutto chi la legge la deve applicare, cioè i magistrati, ad aggiornare di continuo la loro preparazione, allora è chiaro che un prezzo da pagare c’è. Per questo credo che anche i tempi del legislatore andrebbero cambiati, sveltiti. Perché è la legge che dovrebbe accelerare anche il corso della giustizia»”. Cioe?! Poveri Magistrati, costretti a dover studiare?! Quindi meglio "accellerare il corso della giustizia"??!! NO, CHIEFFI STA SCHERZANDO, ERA SOLO UN MODO PER ALLEGGERIRE LA TENSIONE ... NOO, QUELLO FA SUL SERIO!
le promesse di pecoraro scanio alla magistratura
Non dimenticate mai, in giorni come questi, le promesse che la politica avanza a favore della magistratura e, soprattutto, le aspettative della magistratura su tali promesse. Ad esempio, provate ad interpretare questi “fatti”:
su Il Mattino del 12 gennaio 2008 (“Accuse alla Procura, scontro Lepore-Di Pietro” di Raffaele Indolfi), a margine del resoconto secondo cui "L’emergenza rifiuti ha fatto finire anche la magistratura napoletana nella bufera. Non passa giorno che non sia carico di critiche. Ma il Procuratore Giovandomenico Lepore non ci sta e usa termini molto forti. «Sono incazzato»" si legge che "... dà man forte al Procuratore il presidente dell’Associazione Magistrati del distretto di Napoli, Francesco Cananzi. Anche per lui non è vero che la magistratura napoletana non ha fatto il suo lavoro. Tuttavia Cananzi non si nasconde quello che, secondo lui, è il problema e cioè la gestione dell’emergenza rifiuti che è, ricorda, da quindici anni di carattere commissariale. «Non è semplice - dice - attuare una verifica di legalità di fronte a poteri straordinari e che vanno oltre le regole ordinarie. La magistratura nella sua azione si è trovata di fronte a significativi limiti legislativi». …Un’invocazione di aiuto che la politica raccoglie …” … come la raccolse, appena l’11 giugno 2007, se è vero che Magistratura Indipendente, sul sito internet, lanciò il seguente comunicato stampa:
“Il Ministro dell’ambiente, On.le Alfonso Pecoraro Scanio, ha incontrato oggi una delegazione di Magistratura Indipendente. Oggetto della discussione l’opportunità di una più incisiva tutela dell’ambiente e l’indispensabilità che il disegno di legge in tema di riforma dell’ordinamento giudiziario, attualmente all’esame della commissione Giustizia del Senato, prenda in adeguata considerazione le indicazioni che la magistratura associata ed il C.S.M. hanno evidenziato come indispensabili per garantire la piena efficienza e la reale autonomia della magistratura.
Magistratura Indipendente ha rappresentato al Ministro il suo forte impegno a tutela dei valori ambientali, secondo una tradizione che vede tutta la magistratura italiana solidale in questo senso, e condiviso la recente iniziativa del Ministro dell’ambiente di presentare un disegno di legge, già approvato dal Consiglio dei ministri, volto ad introdurre nuovi e più efficaci strumenti di tutela penale in questo settore.
Il Ministro ha sottolineato la sua personale attenzione e quella della federazione dei Verdi, per il tema del complessivo miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro dei magistrati ordinari...”
E se lo ha detto il ministro Pecoraro Scanio, da sempre noto per la coerenza ed il rispetto delle sue promesse ... la magistratura ha potuto dormire sonni tranquilli!
su Il Mattino del 12 gennaio 2008 (“Accuse alla Procura, scontro Lepore-Di Pietro” di Raffaele Indolfi), a margine del resoconto secondo cui "L’emergenza rifiuti ha fatto finire anche la magistratura napoletana nella bufera. Non passa giorno che non sia carico di critiche. Ma il Procuratore Giovandomenico Lepore non ci sta e usa termini molto forti. «Sono incazzato»" si legge che "... dà man forte al Procuratore il presidente dell’Associazione Magistrati del distretto di Napoli, Francesco Cananzi. Anche per lui non è vero che la magistratura napoletana non ha fatto il suo lavoro. Tuttavia Cananzi non si nasconde quello che, secondo lui, è il problema e cioè la gestione dell’emergenza rifiuti che è, ricorda, da quindici anni di carattere commissariale. «Non è semplice - dice - attuare una verifica di legalità di fronte a poteri straordinari e che vanno oltre le regole ordinarie. La magistratura nella sua azione si è trovata di fronte a significativi limiti legislativi». …Un’invocazione di aiuto che la politica raccoglie …” … come la raccolse, appena l’11 giugno 2007, se è vero che Magistratura Indipendente, sul sito internet, lanciò il seguente comunicato stampa:
“Il Ministro dell’ambiente, On.le Alfonso Pecoraro Scanio, ha incontrato oggi una delegazione di Magistratura Indipendente. Oggetto della discussione l’opportunità di una più incisiva tutela dell’ambiente e l’indispensabilità che il disegno di legge in tema di riforma dell’ordinamento giudiziario, attualmente all’esame della commissione Giustizia del Senato, prenda in adeguata considerazione le indicazioni che la magistratura associata ed il C.S.M. hanno evidenziato come indispensabili per garantire la piena efficienza e la reale autonomia della magistratura.
Magistratura Indipendente ha rappresentato al Ministro il suo forte impegno a tutela dei valori ambientali, secondo una tradizione che vede tutta la magistratura italiana solidale in questo senso, e condiviso la recente iniziativa del Ministro dell’ambiente di presentare un disegno di legge, già approvato dal Consiglio dei ministri, volto ad introdurre nuovi e più efficaci strumenti di tutela penale in questo settore.
Il Ministro ha sottolineato la sua personale attenzione e quella della federazione dei Verdi, per il tema del complessivo miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro dei magistrati ordinari...”
E se lo ha detto il ministro Pecoraro Scanio, da sempre noto per la coerenza ed il rispetto delle sue promesse ... la magistratura ha potuto dormire sonni tranquilli!
cugino di campagna forense
Vale più un "cugino di campagna" che mille astensioni per far notizia! Altra notizia ANSA (anche se, stavolta è un praticante avvocato, e non un magistrato, a generarne il lancio): "ROMA - Non poteva passare inosservato con quel cespuglio di capelli ricci - le basette, quasi dei 'favoriti' che gli incorniciano il volto, gli stivali modello 'camperos' su un completo marrone di velluto - tra i compassati e agitati avvocati in grisaglia e toga. Eppure quando si è infilato nell'aula gup al primo piano di piazzale Clodio e ha recuperato dalla borsa le carte di un processo, il pm e lo stesso gup hanno pensato che fosse l'ennesimo imputato eccellente che sfilava in un'aula di giustizia a Roma. E invece Silvano Michetti, 59 insospettabili anni, fondatore e batterista dei 'Cugini di Campagna', era in tribunale per il suo 'secondo lavoro', quello di avvocato, anzi di praticante. "Ma chi è quello lì? Aspetta ma non è quello di 'Anima mia'. Si è lui ma che ci fa in tribunale? Fa l'avvocato? Ma dai? Davvero? Certo che è lui, guarda gli stivali...Ma il biondo dove è?". Increduli gli altri colleghi avvocati, di Silvano, che insieme con Ivano (il fratello), Nick (il biondo) e Luca compongono la storica band degli anni '70, i cui fasti sono stati rinverditi da Claudio Baglioni e Fabio Fazio. L'avvocato Michetti, intanto, in udienza ha difeso con successo il suo assistito in un processo di riciclaggio di un'auto rubata in Spagna. "Sono solo un praticante - dice ai cronisti sorridendo - mi sono laureato lo scorso anno alla Sapienza con una tesi sul diritto d'autore e sul plagio musicale. E' bene che nel nostro gruppo ci sia qualcuno che si intende di queste cose". Poi Silvano presenta il suo 'dominus', l'avvocato presso il cui studio fa pratica, che si chiama Domenico Cautela. Si sorride, sorridono tutti, sentendo quel cognome pensando al nome del gip dell'udienza presso cui 'il cugino' ha tenuto la causa, Enrico Imprudente, e qualcuno dal gruppetto di curiosi che si è formato, alludendo al nome del pm (Settembrino Nebbioso) dice: "Ma siamo su 'Scherzi a parte?'". No non è affatto uno scherzo per Silvano: "Ho superato brillantemente il primo semestre - dice il 'cugino' che è iscritto all'ordine di Tivoli - frequentando oltre 20 udienze. Faccio penale, ma frequento anche il tribunale militare, e quello civile, tratto anche cause di separazione, ma spesso il mio tutor avvocato mi rimprovera perché cerco di mettere d'accordo chi vuole separarsi, sono un sentimentale...". Silvano poi spiega che frequentando le aule di Tribunale "ci si imbatte in tante storie, storie che possono essere fonte di ispirazione per le nostre canzoni". "Che voglio fare da grande? Sicuramente la musica è la mia vita, ma fare l'avvocato mi piace, mi affascina è una passione e poi molti musicisti svolgono anche un'altra professione". Qualcuno gli chiede di accennare in falsetto Anima mia, ma l'avvocato Silvano Michetti tagli corto: "Siamo in tribunale non sul palcoscenico...". "
capricci
Dall'ANSA apprendiamo che: "Il PM di Milano, Ilda Boccassini, si è dimessa dall'Associazione Nazionale Magistrati. Lo ha fatto "all'indomani della scelta del Csm di preferirle Francesco Greco come vice procuratore". Ora, va rilevato, la cosa ci rattrista e ci intenerisce. Non per altro. Sembra la reazione della bimba a cui è stata negata la bambola in regalo. Ma la cosa ci fornisce anche una conferma, implicita (anzi, esplicita ... altrimenti perchè dimettersi dall'Associazione se lo "sgarbo" è giunto dal CSM?): l'ANM distribuisce incarichi! Non lo sapevate? Ma va?!
lunedì, novembre 05, 2007
le ricette
Su Il Mattino di oggi, 5 novembre 2007, Carlo Alemi, Presidente del Tribunale di Napoli, ci delizia con la sua ricetta salva macchina giudiziaria: "La formazione della prova in dibattimento è una gran bella cosa, ma comporta anche passaggi lunghissimi, come ascoltare decine di testi e di imputati in serrati contraddittori. Il tutto con l'impossibilità di sostenere due o tre udienze dello stesso processo in una settimana. A volte mi capita di assistere a rinvii di udienze che vanno di mese in mese. Guai a toccare le garanzie, ma occorrono provvedimenti. Un esempio? Che senso ha il patteggiamento di una condanna in Corte di Appello? Per alleggerire gli Uffici Giudiziari io comincerei da qui, dagli accordi tra accusa e difesa in appello: sarebbe meglio eliminare i concordati". Ora, al di là della non facile comprensione della ricetta (per colpa di scrive, ovviamente ... non certo per mancanza di capacità espositiva del Presidente), c'è qualche buon'anima in grado di spiegare per quale motivo le definizioni dei processi in appello ex art. 599 c.p.p. appesantirebbero gli Uffici Giudiziari?? Onestamente, fino ad oggi, ero convinto del contrario ... avevo sentito definire simili soluzioni processuali quali riti defatigatori, addirittura. Mhà! Resto però ancor più perplesso quando proprio il Responsabile di un Ufficio Giudiziario, quale, e guarda caso, proprio il Tribunale di Napoli, si lamenta di assistere a rinvii di udienze che vanno di mese in mese!!! Faccia qualcosa, di grazia, Caro Presidente! Ma come: Lei si viene a lamentare da noi, cittadini ed addetti ai lavori, del mancato funzionamento della Sua organizzazione? Ho l'impressione che, se un simile atteggiamento si fosse manifestato in un'azienda privata, già avrebbero provveduta a destituirla dall'incarico affidatole. Ma mi spaventa ancor più che Ella non riesca nemmeno ad individuare una soluzione che non sia ... il patteggiamento in appello o la limitazione dell'istruttoria dibattimentale, lamentandosi pure dell'impossibilità di sostenere due o tre udienze dello stesso processo in una settimana: sempre di grazia, ma chi o cosa impedisce di celebrare più udienze dello stesso processo in una settimana?? Non è dato evincere la causa nella sua lucida intervista ... forse che i suoi Colleghi si lamentano di lavorare troppo? Stiano tranquilli: il Ministro della Giustizia Mastella ha appena detto (sempre riscontrabile su i quotidiani di oggi) che «è iniquo che la magistratura venga ancora privata del normale adeguamento dello stipendio, cui, per altro, ha già rinunciato, nella misura del 30%, lo scorso anno»...«Il mio impegno sarà diretto a battermi perchè sia ripristinato l’ordinario trattamento dei magistrati, anche a fronte di emendamenti di fonte parlamentare, che hanno voluto apprezzabilmente affrontare la questione, approdando a soluzioni insufficienti per porre rimedio a una situazione che è, all’evidenza, non giusta». Ecco la vera ricetta! Genio di un Ministro! Gli stipendi ... andavano ritoccati gli stipendi! Ora è tutta un'altra cosa, tutta un'altra musica ... ora si che si inizia a lavorare!
lunedì, ottobre 15, 2007
il giudice parlante
Ci risiamo. Giustino Gatti (Presidente di Corte di Assise a Napoli), non contento (vedi qui), torna a fare il "giudice parlante". E' di oggi, 15 ottobre 2007, l'ennesima sua intervista rilasciata a Leandro Del Gaudio su Il Mattino. Dicendo, innanzitutto, "partiamo dai concordati. Spesso con un accordo tra accusa e difesa si rinuncia agli stessi motivi d’appello. Basta un’udienza per svilire un lavoro complesso in istruttoria", egli dimentica che la "rinuncia ai motivi di appello" per la difesa dell'imputato, lungi dall'essere uno "svilimento del lavoro complesso in istruttoria", è sacrificio estremo e, comunque, è la sostanziale conferma, il più delle volte, proprio di quel complesso lavoro svolto nel corso del dibattimento, in sostanza è la conferma, nel merito, della sentenza dei Giudici del primo grado. E dimentica, soprattutto, che in molti casi il consenso della Procura Generale alla definizione del processo "concordata sulla pena" è soluzione dignitosa presa anche per limitare i danni arrecabili da sentenze di primo grado riformabili o, addirittura, annullabili per deficienze degli stessi Giudici del primo grado. Se, caro Presidente Gatti, una Sua sentenza è stata, "concordemente fra le parti", modificata, tanto da lamentarsi, Ella, del suo stravolgimento (da omicidio volontario ad omicidio preterintenzionale) e se tale accordo è stato ratificato da una Corte di Assise di Appello, pur solo in una sola udienza, non sarebbe il caso che Ella si chiedesse semplicemente: "ma vuoi vedere che a sbagliarsi sono stato proprio io?". Chi e cosa Le dà la certezza che la "verità processuale" bacia solo la sua fronte? Certo, quando Ella afferma che «le ”generiche” sono un istituto che produce lo sconto di un terzo della pena, poi ci sono benefici, indulti e condoni che rendono la condanna simbolica», qualche timore di finire sotto il Suo giudizio ci assale, ma poi veniamo tranquillizzati dalla certezza che Ella la Legge la applica e se Essa Legge prevede la possibilità di riconoscere all'imputato le circostanze attenuanti generiche o benefici di sorta, Ella, a meno di non avere ambizioni da Legislatore (pur consentite ... quanti Magistrati oggi siedono in Parlamento!), certamente ne terrà conto nell'intimità del Suo giudizio.
Ecco l'intervista integrale apparsa su Il Mattino del 15 ottobre 2007: <<«Oggi, in appello, può accadere che con mezza paginetta di motivazioni si svilisce un processo durato mesi, un lavoro che spesso ti espone anche a ingiurie e momenti di tensione». Giustino Gatti, presidente della quarta Corte d’Assise del Tribunale di Napoli, entra nel vivo del dibattito aperto sul Mattino dal procuratore aggiunto Paolo Mancuso. Anche per il giudice Gatti, infatti, il punto dolente è la linea morbida in appello, che si traduce con la parola concordato, un accordo tra accusa e difesa che può trasformare condanne severe in sconti impensabili. Il tema è quello del rapporto tra processo penale e società, tra giustizia e senso di sicurezza, su cui è già intervenuto il gip Tullio Morello, per il quale il nodo da sciogliere è quello della certezza della pena. Presidente Gatti, dal suo punto di vista qual è il punto dolente? «Partiamo dai concordati. Spesso con un accordo tra accusa e difesa si rinuncia agli stessi motivi d’appello. Basta un’udienza per svilire un lavoro complesso in istruttoria». A lei è capitato? «Ricordo il caso di un ragazzo che uccise la madre soffocandola con il cuscino. Una vicenda sofferta. In aula un consulente medico ci spiegò che la morte era avvenuta perché l’imputato aveva volutamente trattenuto il cuscino sul viso della mamma. Non poteva essere andato diversamente. La condanna fu per omicidio volontario, poi in appello, bastò un concordato per rubricare tutto in omicidio preterintenzionale». E il principio del libero convincimento? «Tutto si risolse in un’udienza, grazie a un accordo a tre: accusa, difesa e giudice. Io impiegai sessanta pagine di motivazioni per spiegare come si era formata la prova in primo grado, soffermandomi sulla consulenza medica, il collega in appello liquidò tutto in mezza pagina. Iniziava con la formula di rito: preso atto dell’accordo tra le parti, eccetera. Ma ormai siamo all’assuefazione». Lei cosa propone per superare assuefazione a certi meccanismi? «Maggiore responsabilità da parte di tutti, proprio per non vanificare con un concordato quanto è stato fatto in primo grado, nel corso di processi che spesso espongono anche a situazioni spiacevoli, che ognuno di noi - tra togati e giudici popolari - è disposto a far fronte con le sue forze». A cosa si riferisce? «A momenti di tensione, a ingiurie e quant’altro può capitare dopo una condanna severa». Quando le è capitato? «Subito dopo il processo per l’omicidio Scarpa: qualcuno ci apostrofò ”bastardi” mentre lasciavamo l’aula. Momenti di tensione anche giovedì scorso, dopo i tre ergastoli per l’omicidio nella pizzeria Donn’Amalia, quando una signora ha lanciato la borsetta in aria. Abbiamo aspettato che si calmassero le acque e siamo andati a prendere il bus. I rischi io li metto in conto, purché poi tutti ci prendiamo le nostre responsabilità». L’altro tema è quello della effettività della pena. «Le ”generiche” sono un istituto che produce lo sconto di un terzo della pena, poi ci sono benefici, indulti e condoni che rendono la condanna simbolica».>>
Ecco l'intervista integrale apparsa su Il Mattino del 15 ottobre 2007: <<«Oggi, in appello, può accadere che con mezza paginetta di motivazioni si svilisce un processo durato mesi, un lavoro che spesso ti espone anche a ingiurie e momenti di tensione». Giustino Gatti, presidente della quarta Corte d’Assise del Tribunale di Napoli, entra nel vivo del dibattito aperto sul Mattino dal procuratore aggiunto Paolo Mancuso. Anche per il giudice Gatti, infatti, il punto dolente è la linea morbida in appello, che si traduce con la parola concordato, un accordo tra accusa e difesa che può trasformare condanne severe in sconti impensabili. Il tema è quello del rapporto tra processo penale e società, tra giustizia e senso di sicurezza, su cui è già intervenuto il gip Tullio Morello, per il quale il nodo da sciogliere è quello della certezza della pena. Presidente Gatti, dal suo punto di vista qual è il punto dolente? «Partiamo dai concordati. Spesso con un accordo tra accusa e difesa si rinuncia agli stessi motivi d’appello. Basta un’udienza per svilire un lavoro complesso in istruttoria». A lei è capitato? «Ricordo il caso di un ragazzo che uccise la madre soffocandola con il cuscino. Una vicenda sofferta. In aula un consulente medico ci spiegò che la morte era avvenuta perché l’imputato aveva volutamente trattenuto il cuscino sul viso della mamma. Non poteva essere andato diversamente. La condanna fu per omicidio volontario, poi in appello, bastò un concordato per rubricare tutto in omicidio preterintenzionale». E il principio del libero convincimento? «Tutto si risolse in un’udienza, grazie a un accordo a tre: accusa, difesa e giudice. Io impiegai sessanta pagine di motivazioni per spiegare come si era formata la prova in primo grado, soffermandomi sulla consulenza medica, il collega in appello liquidò tutto in mezza pagina. Iniziava con la formula di rito: preso atto dell’accordo tra le parti, eccetera. Ma ormai siamo all’assuefazione». Lei cosa propone per superare assuefazione a certi meccanismi? «Maggiore responsabilità da parte di tutti, proprio per non vanificare con un concordato quanto è stato fatto in primo grado, nel corso di processi che spesso espongono anche a situazioni spiacevoli, che ognuno di noi - tra togati e giudici popolari - è disposto a far fronte con le sue forze». A cosa si riferisce? «A momenti di tensione, a ingiurie e quant’altro può capitare dopo una condanna severa». Quando le è capitato? «Subito dopo il processo per l’omicidio Scarpa: qualcuno ci apostrofò ”bastardi” mentre lasciavamo l’aula. Momenti di tensione anche giovedì scorso, dopo i tre ergastoli per l’omicidio nella pizzeria Donn’Amalia, quando una signora ha lanciato la borsetta in aria. Abbiamo aspettato che si calmassero le acque e siamo andati a prendere il bus. I rischi io li metto in conto, purché poi tutti ci prendiamo le nostre responsabilità». L’altro tema è quello della effettività della pena. «Le ”generiche” sono un istituto che produce lo sconto di un terzo della pena, poi ci sono benefici, indulti e condoni che rendono la condanna simbolica».>>
giovedì, settembre 20, 2007
il senso di appartenenza alla camera penale
Il 27 settembre i soci della Camera Penale di Napoli sono chiamati ad eleggere il nuovo direttivo dell'Associazione. Ha presentato la propria candidatura unicamente il Direttivo presieduto dall'Avv. Michele Cerabona e composto dagli Avvocati Giuseppe Pellegrino, Domenico Ducci, Giuseppe Caruso, Annalisa Senese, Attilio Belloni, Guido Picciotto, Gaetano Balice e Marco Campora.In Tribunale, però, già serpeggiano i primi commenti, le solite lamentele: c'è chi si duole della "lista bulgara"; c'è chi contesta la sostanziale "monocraticità" da cui sarebbe affetto qualsiasi direttivo presieduto da Michele Cerabona; c'è chi riporta alla memoria il "manuale Cencelli"; c'è chi promette di astenersi dal voto a mò di protesta (?).
Ora, questi rilievi, che, guarda caso, sono quelli più ripetuti, vanno analizzati con attenzione.
Chi lamenta l'"imposizione" dell'unica lista ed apertamente parla di "lista bulgara" ignora che, dato per scontata l'insussistenza dell'imposizione (nessuno mai ha sentito Michele Cerabona indurre taluno a ritirare la candidatura o assumere atteggiamenti dispotici), se c'è "colpa" nel non avere la possibilità di votare altra lista, questa "colpa" è certamente da addossare agli assenti, a coloro che non hanno voluto candidarsi, a coloro che non hanno voluto esporsi.
Chi parla della caratteristica della "monocraticità" riscontrabile nel direttivo Cerabona sottovaluta inequivocabilmente la valenza dei singoli componenti del Direttivo che, al solo leggere i nomi, promettono, invece, validi contributi personali (così come, non può nascondersi, validissimi contributi personali hanno fornito alcuni componenti del vecchio Direttivo: Maurizio Sica, Dina Cavalli, Guido Picciotto e Massimo Vetrano).
Quanto al "manuale Cencelli", pur non negandone la configurabilità leggendo la rosa di nomi scelta dal Presidente, non mi pare che questa sia operazione che possa creare scandalo, se pur sempre si parla di "politica" associativa.
Qualche parola in più va invece spesa quando si parla di astenersi dal votare.
Perché, inevitabilmente, una scelta del genere coinvolge il senso di appartenenza all’associazione Camera Penale.
Qualsiasi iscritto all’Associazione scelse liberamente, al momento dell’iscrizione appunto, di partecipare ad un consesso di professionisti che, lungi dall’essere “sindacato” corporativistico, mira il proprio agire, in tema di politica giudiziaria, ad esempio verso la salvaguardia del diritto di difesa come garanzia del cittadino (documenti, interventi istituzionali, astensioni dalle udienze, ecc.), ed, in tema di cultura giuridica, ad esempio verso la divulgazione di conoscenze legislative e giurisprudenziali (organizzazione di convegni, corsi di aggiornamento ed altro).
Far parte della Camera Penale significa fornire il proprio contributo a tutte le attività da questa svolte, condividere o anche criticare le azioni o posizioni assunte in determinati momenti storici.
Far parte della Camera Penale significa, e sembra lapalissiano rimarcarlo, partecipare!
E partecipare è votare. Anche contro, se si vuole. Ma bisogna votare.
Perché l’unico messaggio che uscirà da una bassa affluenza al voto è la delegittimazione del Direttivo e del Presidente candidati. E’ la delegittimazione dell’Associazione Camera Penale!
E la delegittimazione della Camera Penale porta all’indebolimento dell’Avvocatura, già tartassata, se non scientemente dimenticata dalle istituzioni.
Votare significa “ci siamo”. Votare “contro” anche significa “ci siamo”. Non votare è “non essere”. E non essere Camera Penale potrebbe, un domani, portare a non essere Avvocati.
Auguri al nuovo Direttivo ... comunque.
Ora, questi rilievi, che, guarda caso, sono quelli più ripetuti, vanno analizzati con attenzione.
Chi lamenta l'"imposizione" dell'unica lista ed apertamente parla di "lista bulgara" ignora che, dato per scontata l'insussistenza dell'imposizione (nessuno mai ha sentito Michele Cerabona indurre taluno a ritirare la candidatura o assumere atteggiamenti dispotici), se c'è "colpa" nel non avere la possibilità di votare altra lista, questa "colpa" è certamente da addossare agli assenti, a coloro che non hanno voluto candidarsi, a coloro che non hanno voluto esporsi.
Chi parla della caratteristica della "monocraticità" riscontrabile nel direttivo Cerabona sottovaluta inequivocabilmente la valenza dei singoli componenti del Direttivo che, al solo leggere i nomi, promettono, invece, validi contributi personali (così come, non può nascondersi, validissimi contributi personali hanno fornito alcuni componenti del vecchio Direttivo: Maurizio Sica, Dina Cavalli, Guido Picciotto e Massimo Vetrano).
Quanto al "manuale Cencelli", pur non negandone la configurabilità leggendo la rosa di nomi scelta dal Presidente, non mi pare che questa sia operazione che possa creare scandalo, se pur sempre si parla di "politica" associativa.
Qualche parola in più va invece spesa quando si parla di astenersi dal votare.
Perché, inevitabilmente, una scelta del genere coinvolge il senso di appartenenza all’associazione Camera Penale.
Qualsiasi iscritto all’Associazione scelse liberamente, al momento dell’iscrizione appunto, di partecipare ad un consesso di professionisti che, lungi dall’essere “sindacato” corporativistico, mira il proprio agire, in tema di politica giudiziaria, ad esempio verso la salvaguardia del diritto di difesa come garanzia del cittadino (documenti, interventi istituzionali, astensioni dalle udienze, ecc.), ed, in tema di cultura giuridica, ad esempio verso la divulgazione di conoscenze legislative e giurisprudenziali (organizzazione di convegni, corsi di aggiornamento ed altro).
Far parte della Camera Penale significa fornire il proprio contributo a tutte le attività da questa svolte, condividere o anche criticare le azioni o posizioni assunte in determinati momenti storici.
Far parte della Camera Penale significa, e sembra lapalissiano rimarcarlo, partecipare!
E partecipare è votare. Anche contro, se si vuole. Ma bisogna votare.
Perché l’unico messaggio che uscirà da una bassa affluenza al voto è la delegittimazione del Direttivo e del Presidente candidati. E’ la delegittimazione dell’Associazione Camera Penale!
E la delegittimazione della Camera Penale porta all’indebolimento dell’Avvocatura, già tartassata, se non scientemente dimenticata dalle istituzioni.
Votare significa “ci siamo”. Votare “contro” anche significa “ci siamo”. Non votare è “non essere”. E non essere Camera Penale potrebbe, un domani, portare a non essere Avvocati.
Auguri al nuovo Direttivo ... comunque.
sabato, giugno 16, 2007
ambiguità
A seguito dell’assemblea della Camera Penale di Napoli del 12 giugno 2007 viene proclamata una nuova astensione dalle udienze dal 25 giugno al 3 luglio: in sostanza non vengono ritenute soddisfacenti le risposte del Procuratore della Repubblica di Napoli sulle intercettazioni fra difensori ed assistiti e non risolta la questione relativa all’accesso alle Cancellerie della Corte di Appello di Napoli.
Il direttivo della Camera Penale di Napoli si dimette, rassegnando ai quotidiani , nei giorni a seguire, alcune riflessioni:
1) sul Corriere del Mezzogiorno del 13 giugno 2007, in un articolo a pag. 5 (a firma A.S.) dal titolo “Dal 25 giugno: penalisti altri sette giorni di sciopero”, il Presidente dimissionario della Camera Penale di Napoli, Avv. Ettore Stravino, rilascia la seguente dichiarazione (mai smentita): “E’ doveroso protestare ancora perchè i fatti accaduti sono molto gravi e le risposte date sulle intercettazioni della Procura della Repubblica non sono esaustive”;
2) su Il Mattino del 16 giugno 2007, in un articolo dal titolo “Mastella agli avvocati <> ”, sempre il Presidente dimissionario della Camera Penale di Napoli, Avv. Ettore Stravino, rilascia questa ulteriore seguente dichiarazione (pur essa mai smentita): “Il grido d’allarme di Mastella non è ingiustificato e del resto le mie dimissioni sono state dettate da imperativi etici che ritengo ineludibili nell’esercizio della professione forense”.
Quale, di grazia, il reale pensiero del Presidente? Quale, delle due dichiarazioni, va smentita?
Il direttivo della Camera Penale di Napoli si dimette, rassegnando ai quotidiani , nei giorni a seguire, alcune riflessioni:
1) sul Corriere del Mezzogiorno del 13 giugno 2007, in un articolo a pag. 5 (a firma A.S.) dal titolo “Dal 25 giugno: penalisti altri sette giorni di sciopero”, il Presidente dimissionario della Camera Penale di Napoli, Avv. Ettore Stravino, rilascia la seguente dichiarazione (mai smentita): “E’ doveroso protestare ancora perchè i fatti accaduti sono molto gravi e le risposte date sulle intercettazioni della Procura della Repubblica non sono esaustive”;
2) su Il Mattino del 16 giugno 2007, in un articolo dal titolo “Mastella agli avvocati <
Quale, di grazia, il reale pensiero del Presidente? Quale, delle due dichiarazioni, va smentita?
martedì, giugno 12, 2007
...quel giugno del 1877...
Era ormai scoppiata l’estate in quel giugno del 1877 ed il Capo della CriminalRoom di Penalpolis aveva una “gatta da pelare”.
Non che se ne fregasse più di tanto, egli, principe del foro di datata esperienza ed eccellente avvocato (nella pura accezione del brocardo, non latino ma, americano secondo cui “un buon avvocato è colui che conosce le leggi, un eccellente avvocato è colui che conosce i giudici”) ormai poteva tranquillamente limitarsi a godere l’estate sulla comoda barca.
Ma aveva promesso a qualche amico magistrato che quella astensione degli avvocati dalle udienze, da egli proclamata, non si sarebbe ripetuta. Certo, c’era bisogno di qualche segnale positivo proveniente dalla magistratura; non fosse altro che le ragioni della indetta forma di protesta erano sacrosante.
Ed il segnale positivo era necessario sia per tranquillizzare i peones locali sia per mostrare la propria forza contrattuale ai rappresentanti nazionali della CriminalRoom che erano stati invitati a partecipare alla prossima assemblea.
Quel segnale positivo arrivò, ovviamente, grazie alla promessa che la protesta fosse rientrata: la Magistratura di Penalpolis aveva partorito un documento.
Ma quel segnale restava, nelle forme e nei contenuti, ambiguo, scritto in politichese; ed il malcontento degli avvocati di Penalpolis non si placò affatto. Anche perchè era, nel frattempo, iniziato un bracciodiferro con altra entità corporativista del palazzo (che per rimarcare le proprie rivendicazioni sindacali, invece di prendersela con chi di competenza, pensò bene di dichiarare guerra all’Avvocatura).
Il momento era, quindi critico: c’era un’assemblea che incombeva, una classe forense esasperata, una rappresentanza nazionale della CriminalRoom che, una volta invitata, bisognava ospitare senza fare brutte figure, una magistratura che attendeva il rispetto delle promesse fatte.
Fu allora che il Capo decise di ricorrere, nuovamente, all’ausilio del Gatto e della Volpe, anch’essi avvocati di datata esperienza.
Il Gatto (che in comune con il Capo aveva l’amicizia con il più ambiguo fra i magistrati di Penalpolis, il Burattinaio) era così chiamato per le sue caratteristiche graffianti e perchè facile, nello scontro, ad immobilizzarsi con il pelo a spazzola e rosso livido fino al momento dell’esplosione verbale.
La Volpe (che, alle origini, aveva diviso, con il Capo, il Maestro) doveva il suo appellativo alla furbizia con cui aizzava il Gatto al fine di sorreggere le sue filosofiche elucubrazioni. Il duo era un tandem collaudato. Non per niente, anche grazie al Capo, era arrivato a spartirsi le presidenze di due altri organismi forensi.
Il Capo invitò il Gatto e la Volpe a partecipare all’incontro, preliminare all’assemblea, con i rappresentanti nazionali della CriminalRoom: doveva istituzionalizzarli per dar loro credibilità per quanto si andava architettando. Non prima, però, di averli ben educati per l’occorrenza.
Spiegò loro che egli, come Capo, non poteva rischiare di presentarsi in assemblea con una mozione in linea con le aspettative della magistratura; nè poteva esporsi a presentare personalmente una mozione contraria a tali aspettative. Era, cioè, necessario che una (unica) mozione di continuità nella protesta (notoriamente auspicata dalla maggioranza dell’avvocatura) fosse proposta proprio dal duo del Gatto e la Volpe e che a tale proposta non se ne contrapponesse comunque una di segno contrario del Capo. Una sola proposta in votazione per poter poi dire: io la promessa la volevo pur mantenere, ma...; e nel contempo, non cadere in minoranza!
Il Gatto e la Volpe, in puro ossequio del gioco di squadra, obbedirono ed eseguirono: in assemblea proposero la mozione.
Ma qualcuno ebbe la prosopopea di credere di aver capito il gioco. Ed invitò il Capo ad uscire allo scoperto: almeno per esplicitare la sua linea politica, la sua specifica posizione in merito. Ed il Capo, forse stanco (in altri momenti nessuno sarebbe riuscito a farlo cadere in errore), manifestò il suo pensiero. E finì in minoranza ...
Non senza però qualche solito tentativo di temporeggiamento volto a ritardare la votazione e portato a termine anche aizzando qualche suo accolito che, al grido incessante vecchi ... vecchi ... vecchi ... vecchi!, non riusciva, però, non solo, come al solito, a farsi comprendere, ma, stavolta, a prendere pur solo la parola ... poverino.
... e qualcuno diceva "continua..." ...
N.B. – ogni riferimento a fatti o persone realmente accaduti o esistenti è puramente casuale
Non che se ne fregasse più di tanto, egli, principe del foro di datata esperienza ed eccellente avvocato (nella pura accezione del brocardo, non latino ma, americano secondo cui “un buon avvocato è colui che conosce le leggi, un eccellente avvocato è colui che conosce i giudici”) ormai poteva tranquillamente limitarsi a godere l’estate sulla comoda barca.
Ma aveva promesso a qualche amico magistrato che quella astensione degli avvocati dalle udienze, da egli proclamata, non si sarebbe ripetuta. Certo, c’era bisogno di qualche segnale positivo proveniente dalla magistratura; non fosse altro che le ragioni della indetta forma di protesta erano sacrosante.
Ed il segnale positivo era necessario sia per tranquillizzare i peones locali sia per mostrare la propria forza contrattuale ai rappresentanti nazionali della CriminalRoom che erano stati invitati a partecipare alla prossima assemblea.
Quel segnale positivo arrivò, ovviamente, grazie alla promessa che la protesta fosse rientrata: la Magistratura di Penalpolis aveva partorito un documento.
Ma quel segnale restava, nelle forme e nei contenuti, ambiguo, scritto in politichese; ed il malcontento degli avvocati di Penalpolis non si placò affatto. Anche perchè era, nel frattempo, iniziato un bracciodiferro con altra entità corporativista del palazzo (che per rimarcare le proprie rivendicazioni sindacali, invece di prendersela con chi di competenza, pensò bene di dichiarare guerra all’Avvocatura).
Il momento era, quindi critico: c’era un’assemblea che incombeva, una classe forense esasperata, una rappresentanza nazionale della CriminalRoom che, una volta invitata, bisognava ospitare senza fare brutte figure, una magistratura che attendeva il rispetto delle promesse fatte.
Fu allora che il Capo decise di ricorrere, nuovamente, all’ausilio del Gatto e della Volpe, anch’essi avvocati di datata esperienza.
Il Gatto (che in comune con il Capo aveva l’amicizia con il più ambiguo fra i magistrati di Penalpolis, il Burattinaio) era così chiamato per le sue caratteristiche graffianti e perchè facile, nello scontro, ad immobilizzarsi con il pelo a spazzola e rosso livido fino al momento dell’esplosione verbale.
La Volpe (che, alle origini, aveva diviso, con il Capo, il Maestro) doveva il suo appellativo alla furbizia con cui aizzava il Gatto al fine di sorreggere le sue filosofiche elucubrazioni. Il duo era un tandem collaudato. Non per niente, anche grazie al Capo, era arrivato a spartirsi le presidenze di due altri organismi forensi.
Il Capo invitò il Gatto e la Volpe a partecipare all’incontro, preliminare all’assemblea, con i rappresentanti nazionali della CriminalRoom: doveva istituzionalizzarli per dar loro credibilità per quanto si andava architettando. Non prima, però, di averli ben educati per l’occorrenza.
Spiegò loro che egli, come Capo, non poteva rischiare di presentarsi in assemblea con una mozione in linea con le aspettative della magistratura; nè poteva esporsi a presentare personalmente una mozione contraria a tali aspettative. Era, cioè, necessario che una (unica) mozione di continuità nella protesta (notoriamente auspicata dalla maggioranza dell’avvocatura) fosse proposta proprio dal duo del Gatto e la Volpe e che a tale proposta non se ne contrapponesse comunque una di segno contrario del Capo. Una sola proposta in votazione per poter poi dire: io la promessa la volevo pur mantenere, ma...; e nel contempo, non cadere in minoranza!
Il Gatto e la Volpe, in puro ossequio del gioco di squadra, obbedirono ed eseguirono: in assemblea proposero la mozione.
Ma qualcuno ebbe la prosopopea di credere di aver capito il gioco. Ed invitò il Capo ad uscire allo scoperto: almeno per esplicitare la sua linea politica, la sua specifica posizione in merito. Ed il Capo, forse stanco (in altri momenti nessuno sarebbe riuscito a farlo cadere in errore), manifestò il suo pensiero. E finì in minoranza ...
Non senza però qualche solito tentativo di temporeggiamento volto a ritardare la votazione e portato a termine anche aizzando qualche suo accolito che, al grido incessante vecchi ... vecchi ... vecchi ... vecchi!, non riusciva, però, non solo, come al solito, a farsi comprendere, ma, stavolta, a prendere pur solo la parola ... poverino.
... e qualcuno diceva "continua..." ...
N.B. – ogni riferimento a fatti o persone realmente accaduti o esistenti è puramente casuale
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